Tag

,

di Luc Besson

con Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Min sic-Choi, Amr Waked, Pilou Asbaek, Analeigh Tipton; Origine: Francia, 2014; Durata: 90′

????

Lucy è una studentessa che vive a Taiwan. Si trova costretta a consegnare una valigetta dal contenuto misterioso a un criminale coreano, Mr. Jang. Costui, una volta verificato ciò che gli è stato portato, sequestra la ragazza. Le fa inserire nel corpo uno dei pacchetti ricevuti che contiene una sostanza di cui dovrebbe essere la passiva trasportatrice. Non sarà così perché il pacchetto si rompe e il prodotto chimico viene assorbito dal suo corpo il quale progressivamente sviluppa una capacità di conoscenza e di potere inimmaginabili per chi non sia, come il professor Norman, un neuro ricercatore.

Luc Besson è una delle poche variabili impazzite del cinema contemporaneo: la sua filmografia ha attraversato i generi più disparati ma ha sempre avuto degli elementi ricorrenti e ha mantenuto un’invidiabile coerenza. Il regista persevera in un’iperattività che lo vede coinvolto come sceneggiatore e come produttore in progetti che all’apparenza sono distanti. Lucy è l’ennesima sintesilucy-scarlett-johansson-poster di una duplice natura di cui non può fare a meno: i suoi meriti non possono prescindere dai suoi eccessi. I suoi film danno sempre la sensazione di cavarsela soltanto perchè sfiorano continuamente l’implosione. Lucy è un vorticoso tourbillon di luoghi comuni di genere e si concede degli accostamenti audaci e improbabili. Il risultato di questa bizzarra centrifuga è così discordante da essere affascinante: una cacofonia di tonalità che il regista ha cercato con insistente consapevolezza. Luc Besson mette insieme due film diversi e il contatto di due linee narrative poco comunicanti si poteva realizzare soltanto attraverso il carisma di Scarlett Johansson. L’attrice deve reggere sulle sue spalle la credibilità di un noir che ha delle pretese di riflessione evolutiva. Il suo personaggio si presenta come la sprovveduta vittima di una storia di yakuza e in un secondo momento si trasforma in un’inesorabile dark lady. Questo cambiamento è permesso dall’assunzione involontaria di una droga sintetica che moltiplica le funzioni umane. La sua metamorfosi ha le modalità tipiche della fase delle origini di un superhero-movie: la ragazza deve confrontarsi continuamente con la crescita e la proporzione dei suoi nuovi poteri. Il tema del crime si focalizza sul desiderio di vendetta del boss che deve recuperare la sostanza che gli è stata sottratta. L’efferata crudeltà del villain deve dividersi lo spazio con la riflessione filosofica sulle capacità del superuomo e sul suo margine di sviluppo. La sequenza iniziale in cui l’eroina cade nella trappola della malavita asiatica viene sottolineata da alcune scene di vita animale in cui il predatore cattura la preda. La voce di Morgan Freeman illustra in una lezione universitaria apparentemente senza alcun collegamento come il sottoutilizzo del nostro cervello ci preclude alcune azioni e ostacola la nostra evoluzione. Le sparatorie e gli inseguimenti tra le strade di Parigi hanno un senso di spaesamento davanti al contrappunto delle disquisizioni sui confini del darwinismo. Il sangue e le pistole devono dividersi la scena con la spiegazione della divisione cellulare e la formulazione di alcune interessanti teorie sulla relatività. Lucy non perde mai il senso del ritmo e tiene il passo anche quando la protagonista ha sbloccato il dono di andare indietro nel tempo. La sua mano si produce in un tocco michelangiolesco verso il suo omonimo australopiteco e gli infonde il dono della conoscenza: la strada del progresso dell’umanità inizia mentre dall’altra parte della porta c’è un assedio senza esclusione di colpi. L’altro film è nel corridoio dell’edificio in cui lei assume la sua trasfigurazione demiurgica e vede un estenuante conflitto a fuoco tra la polizia francese e dei mafiosi in giacca e cravatta e con gli occhi a mandorla. La descrizione sembra folle ma Luc Besson non ha alcun timore del rischio del ridicolo involontario. La realtà è che sa assolutamente che il suo film non scivolerà nemmeno davanti all’orlo del baratro e questa certezza gli proviene dalla sua grande competenza sui tempi del racconto. Le sue cervellotiche conclusioni sul destino finale dell’uomo sono persino affascinanti. Il motivo di questo interesse è molto semplice: il suo film è avvincente e ha sempre una soluzione particolare. La messa in scena sembra una delle sue macchine che cercano di seminare l’inseguitore ad alta velocità: fanno manovre assurde e pericolose davanti ad ostacoli inaspettati ma sanno sempre dove devono andare.